COVID – 19 : Sicilia in allerta gialla. Anestesisti, “Tra un mese rianimazioni in sofferenza”

Dopo il lockdown il numero di posti letto in terapia intensiva a livello nazionale è progressivamente aumentato di circa il 115% rispetto al passato. Un dato incoraggiante ma che rischia di non essere sufficiente visti i dati in crescita dei contagi nell’isola.

Prima della pandemia i posti in rianimazione disponibili a livello nazionale erano poco più di 5mila. Di questi circa 3.200 al Nord e 1.800 al Centro-Sud. Ma alla luce dei numeri in crescita di pazienti ricoverati, la situazione che sta evolvendo presenta lo stesso livello di gravità visto nella prima fase della pandemia.

«Al momento siamo in una situazione di semaforo giallo di allerta per le Terapie intensive», dichiara al quotidiano La Sicilia, Flavia Petrini, membro del Comitato tecnico scientifico (Cts) e presidente della Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (Siaarti). Una situazione che «è in evoluzione – sottolinea – e negli ospedali con terapie intensive per pazienti Covid stiamo stimando il progressivo andamento».

Il Presidente Nazionale degli Anestesisti rianimatori Alessandro Vergallo dichiara che “Se l’andamento dei casi continuerà con i ritmi ed i numeri attuali, e senza misure ulteriori, stimiamo che in meno di un mese le terapie intensive al Centro-Sud, soprattutto in Lazio, Campania e Sicilia, potranno andare in sofferenza in termini di posti letto disponibili. Siamo molto preoccupati per le Regioni meridionali, dove i posti in intensiva non sono stati implementati dappertutto e dove rileviamo anche una maggiore impreparazione a far fronte ad un eventuale peggioramento della situazione. Questo anche sotto il profilo gestionale degli ospedali a partire dalla garanzia di percorsi nettamente differenziati per pazienti Covid e no-Covid». Per evitare una nuova emergenza ospedali, se la situazione dovesse peggiorare, sarebbe necessario garantire l’arrivo nei nosocomi dei soli casi gravi, mentre gli altri pazienti andrebbero appunto trattati a domicilio. Ma ad oggi, nessuno ha ancora specificato quali siano le cure che possono essere fatte al domicilio».

Mancano, cioè, «indirizzi terapeutici definiti e chiari per le cure domiciliari. E questo – conclude Vergallo – nonostante se ne parli da mesi».

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