Coronavirus: il virus e l’incoscienza, la storia del trentenne morto per partecipare ad un “Covid party”

E’ una storia americana, di quell’America dove sembra che il virus non riesca ad essere arginato, ma non perché non sia possibile (l’Italia c’è riuscita, anche se non del tutto), ma perché in molti credono ancora che sia una “bufala”. La teoria “complottista” e la falsa informazione dei social ha procurato una vittima esemplare, proprio in America, a San Antonio. Una storia americana ma che per molti versi è rappresentativa di un dato che evidenzia il fenomeno dell’incoscienza: il coronavirus è aumentato per contagi di 3 volte tra i giovani. Si perché il Coronavirus non solo non è scomparso ma è anche esistito perché i morti non sono certo una “bufala”.

la storia è quella del trentenne americana che voleva “sperimentare”, appunto, se il coronavirus fosse reale o una “bufala”. La vittima aveva così partecipato a San Antonio ad una di quelle aberranti ed incoscienti feste definite “Covid party”. Insomma un modo per sfidare la sorte e per dimostrare la creduta “invulnerabilità” tipica dei giovani. Un fenomeno che in America sta dilagando dall’Alabama alla Florida. I “Covid party” funzionano così: il primo che prende il virus vince un premio in denaro. Così la modalità di partecipazione è rigorosamente senza mascherina e senza il rispetto del seppur minimo distanziamento sociale. insomma l’obiettivo è quello di contagiarsi, o di provare che il virus “non esiste”, che è “una manovra dei governi per sottometterci”. Bufale, queste si, della cui pericolosità si è sperimentato con incrementi di diffusione del virus tra i giovani.

Molte persone stanno mettendosi alla prova, trasformando i party in “esperimenti” per vedere se restano contagiati. In Michigan si sono registrati 43 nuovi casi tra i partecipanti a una di queste feste che si sono svolte per celebrare il 4 Luglio, giorno dell’Indipendenza americana.

Le persone contagiate hanno un’età tra i 15 e i 25 anni. Altri casi positivi sono risultati tra i partecipanti del party a cui aveva partecipato il trentenne, di cui non è stata fornita l’identità. La vittima, poco prima di morire, aveva confessato a un’infermiera il suo errore: “Pensavo che questo virus fosse una truffa, ma non lo era”.

 

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