Continua la “NONMOVIDA”: tra alcol e risse, una “non cultura” contro la quale i rimedi attuati non funzionano

Non c’è un limite applicabile. La responsabilità dei gestori è anche molto sottile. Sopra tutto quanto accade nei fine settimana della movida messinese ( e non solo a Messina per la verità) c’è invece di certo una cultura sbagliata del “divertimento”.

Se lo svago che una volta era uscire con gli amici il sabato sera è oggi diventata una corsa all’autodistruzione la verità è che la colpa è di tutti. E’ un problema culturale che non può essere sottovalutato ed affrontato solo con maggiori controlli e maggiori sanzioni. L’effetto è che sanzionando i locali ed i gestori che cercano di risollevarsi si ottiene l’effetto “supermercato”: anche per aggirare i prezzi oltre che i controlli, spesso maggiorenni ma anche minorenni si recano al supermercato per acquistare bombe alcoliche come vodka, rum e super alcolici a poco prezzo ma con quantità ben superiori rispetto a quanto la “paghetta” settimanale potrebbe consentire loro.

Contro l’ordinanza, poi, che proibisce l’uso di alcol in strada, all’americana per intenderci (divieto che negli USA si è risolto con un semplice sacchetto), si riempiono le spiagge, le villette comunali, di assembramenti di giovani che consumano quell’alcol in quantità industriale ed a poco prezzo comprato a turno nei supermercati. Insomma la iattura non è solo l’alcol, o la droga, ma ciò che avvia i giovani verso queste strade distruttive. Noia? Incapacità di divertirsi senza sballo?

Una cultura sbagliata del non rispetto per nessuno ma anche per sé stessi che sta distruggendo un’economia che dovrebbe essere dell’accoglienza e dello svago e che sta diventando espressione di un “proibizionismo” inutile e già superato abilmente da chi ne è indirettamente colpito: i giovani. Va certamente riconosciuto a questa Amministrazione, all’assessore Dafne Musolino ed alla Polizia Municipale l’impegno e, per la prima volta, il riconoscimento del fatto che “c’è un problema“. Ma questo non basta. Non è sufficiente il loro impegno. Serve quello di coloro da cui dipendono i percorsi formativi dei ragazzi, che evidentemente non funzionano e vanno rivisti in quest’ottica. Nel frattempo i gestori arrancano e si sentono colpevolizzati di un fenomeno che è, dappertutto, prima di tutto sociale e culturale.

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