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Pandemia: il MEDICO DI FAMIGLIA, il primo a combattere contro il Covid-19 ed a pagare un tributo di 51 vittime. Una testimonianza.

Messina, 6 maggio 2020

Dal mese di gennaio ad oggi la sindrome dal SARS COV2, ovvero il coronavirus, ha cambiato radicalmente la nostra vita, l’economia ed il sistema con il quale il Governo dovrà approcciarsi alla Sanità pubblica. Tutto è cambiato e speriamo che sia cambiata anche la sensibilità verso il modo ci ripensare proprio il sistema sanitario che fino al 2019 aveva visto solo tagli lineari e posti letti soppressi. Questa pandemia, presa alla leggera da troppi, soprattutto all’inizio, quando il solo parlarne equivaleva a fare “allarmismo” e faceva indignare imprenditori e politici, è costata cara in termini di vittime e di prodotto interno lordo. Una epidemia divenuta pandemia in poche settimane e che ha sempre visto come primo baluardo a combattere contro un virus, soprattutto all’inizio, completamente sconosciuto, la figura del Medico di Famiglia.

La prima figura del sistema sanitario che ha affrontato questo problema è stato il medico di medicina generale, scrive su Messina Medica 2.0, Mario Pollicita, che ha dovuto improvvisamente combattere questo nemico nuovo, sconosciuto, imprevedibile e subdolo. Di fatto, il medico di assistenza primaria si è trovato subito da solo, in prima linea, e senza avere a disposizione dispositivi di protezione individuale indispensabili per non infettarsi a sua volta. Ed infatti, analizzando i dati FNOMCeO si può notare come chi lavora sul territorio sia stato particolarmente colpito: al 2 di maggio sono 151 i medici deceduti a causa dell’infezione da coronavirus in Italia, di cui 51 medici di famiglia. Con il tempo si è capito che bisognava evitare le visite dei casi sospetti nei nostri studi o a domicilio e che dovevamo gestirli con il triage telefonico. Ma in effetti il prezzo altissimo in vite umane che la medicina di famiglia ha pagato per la lotta alla pandemia, non è altro che la tragica conseguenza delle scelte sbagliate di politica sanitaria, del mancato rafforzamento dell’assistenza territoriale. Negli ospedali il problema fondamentale è stato la mancanza di posti letto, specie nelle terapie intensive, mentre fuori dalle strutture sanitarie è stata l’impossibilità di tutelare il personale”.

Noi medici medicina generale, continua Pollicita, abbiamo dato informazioni ai nostri assistiti sulle norme igieniche e comportamentali indispensabili a combattere il contagio, sull’uso delle mascherine, sulle modalità relative alla quarantena domiciliare e, naturalmente, abbiamo dato loro le risposte possibili ai quesiti che ci venivano posti sui vari aspetti della pandemia (modalità di trasmissione del contagio, sintomatologia, possibilità terapeutiche, ecc). Abbiamo richiesto i tamponi per i casi sospetti ed abbiamo effettuato le comunicazioni ai centri epidemiologici della nostra ASP per la quarantena nei casi previsti dalle norme regionali. Tutto questo oltre alla consueta attività di routine che è stata effettuata maggiormente sfruttando gli attuali mezzi informatici con invio di prescrizioni dematerializzate “on line”, rinnovo di piani terapeutici, esenzioni, ecc.

Per potenziare l’assistenza domiciliare, andrebbero risolte anche altre criticità come la perdurante mancanza di dispositivi di protezione individuale (DPI) per i medici di medicina generale e la possibilità per loro di prescrivere direttamente i farmaci anti Covid velocizzando tempi e procedure. Speriamo in bene!” conclude nel su scritto Pollicita.

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