Confesercenti Messina: “Gestione suolo pubblico, la misura è colma, manifesteremo in piazza Unione Europea”

Messina, 27 maggio 2020 – nota stampa Confesercenti Messina

La gestione del suolo pubblico a Messina è il prototipo di una città dove le istituzioni hanno concretamente collaborato al crollo del tessuto produttivo.
Confesercenti Messina da 10 anni denuncia i soprusi e la miopia delle Istituzioni che hanno deliberatamente ostacolato lo sviluppo delle attività, danneggiando i pubblici esercizi fino a farli chiudere in massa.
10 anni fa la giunta del sindaco Buzzanca decise di aumentare dalla sera alla mattina il canone del suolo pubblico a Messina del 300%. Per 10 anni i bar ed i ristoranti di Messina hanno pagato più dei bar con vista sul Colosseo a Roma.
Soltanto i tribunali hanno riportato, dopo anni, la tariffa ad un canone ragionevole.
Una mattina i titolari dei pubblici esercizi che avevano investito ognuno centinaia di migliaia di euro per sposare la ripartenza della Galleria Vittorio Emanuele di Messina scoprirono che il Commissario mandato dalla Regione a sostituire il Sindaco ed il Consiglio Comunale di Messina, aveva trovato il tempo per revocare le autorizzazioni ad occupare il suolo, comunale, della galleria vittorio Emanuele. Otto attività fallirono e decine di giovani e piccoli imprenditori compromisero il loro futuro grazie alle garanzie personali che avevo messo per le loro aziende, fidandosi delle promesse di Palazzo Zanca.
Per anni in via Tommaso Cannizzaro, l’unica città d’Italia che aveva adibito i marciapiedi a parcheggio, non ha voluto concedere il suolo pubblico, e quando lo ha fatto la Confesercenti ha dovuto pagare fior di legali per difendere gli esercenti dai ricorsi di chi ancora insisteva a parcheggiare l’auto sul marciapiede.
Ed oggi, ancora, la Soprintendenza di Messina continua con atteggiamenti ondivaghi, a non dare certezze ai piccoli imprenditori che hanno investito il loro futuro in bar, pub, ristoranti, pasticcerie, pizzerie, gelaterie, per collaborare nel creare un’offerta degna di una città definita dalle istituzioni turistica, ma che ai turisti non da nulla, neanche i bagni per fare la pipì, perché a questo ci pensano i pubblici esercizi.
La misura è colma, e dopo nove mesi di trattative con la Soprintendenza ancora non si ottengono risposte e certezze, con il rischio, ancora una volta di acquistare arredi che poi non potranno essere collocati perché la Soprintendenza non si decide a fornire linee chiare, con attese infinite e decisioni incoerenti.
E dopo quasi 3 mesi di chiusura ci si ritrova ancora a subire il disinteresse delle Istituzioni, ripiegate tra cavilli utili soltanto a perpetuare servizi che hanno di pubblico soltanto gli stipendi pagati dai contribuenti, privi di efficacia ed ostativi allo sviluppo del tessuto produttivo sano delle imprese, utili soltanto a provocare malcontento e scontro sociale.
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