ORSA: Covid19 fase 2, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario

Messina, 19 aprile 2020

Lettera a Presidenza Consiglio dei Ministri, Gruppi Parlamentari e Presidente INPS, di Mariano Massaro, Segretario Generale ORSA

E’ fuor di dubbio che l’effetto negativo della pandemia COVID-19 non si esaurirà con il calo della curva dei contagi, l’inevitabile isolamento della popolazione e il blocco in larga scala della produzione, innescheranno inediti effetti collaterali sull’economia mondiale.
Non è irrealistico ipotizzare, tenuto conto della durata e dell’intensità della curva dei contagi, che nel corrente anno in Italia si potrebbe registrare una perdita del prodotto interno lordo tra il 4 e il 5%, se non di più, con conseguenze negative sul tasso di occupazione già abbondantemente deficitario.
Attualmente, i principali Istituti di previsione collocano la perdita di PIL per il nostro Paese nel 2020, a causa del coronavirus, tra l’1 e il 2%. Bisogna pertanto prepararsi a questo preoccupante quadro e mettere in atto, fin da adesso, uno straordinario programma di investimenti pubblici e di politica industriale.
Il Governo ha previsto investimenti per 400 miliardi di euro in 5 anni, di cui 250 in infrastrutture materiali e immateriali e 150 miliardi di investimenti nel sistema industriale. Tale operazione, senza precedenti, deve puntare a traguardi ambiziosi, non può limitarsi a ripristinare lo status quo ante, soprattutto in tema di occupazione che già in epoca pre-covid vedeva l’Italia al penultimo posto in Europa, solo la Grecia ha fatto peggio.
La previsione largamente condivisa per cui dopo il coronavirus “nulla sarà come prima”, deve essere uno stimolo a superare le contraddizioni del sistema economico italiano che ha prodotto disoccupazione o, nella migliore delle ipotesi, rapporti di lavoro precarizzanti: stagionali, interinali, discontinui, atipici e quant’altro.
Paradossalmente il post-Covid può essere un’opportunità, nella fase in cui tutto il mondo dovrà cimentarsi con la ripartenza dell’economia, il Governo italiano deve approfittarne per imprimere un reale cambio di passo al paese che può ambire ad allinearsi agli standard Europei.
Creare nuova occupazione è l’unico deterrente contro la grave crisi in atto che all’indomani della pandemia può solo peggiorare, è necessario un forte impegno politico e culturale volto a disegnare un altro modello di società più equa e con lungimiranza disinnescare il pericolo di fisiologiche ribellioni sociali.
L’ipotesi “lavorare meno a parità di salario”, recentemente avanzata dal neo presidente dell’INPS – Pasquale Tridico – è da prendere in seria considerazione.
L’idea non è nuova, nel 1997 trovò applicazione in Francia con l’introduzione delle 35 ore di lavoro a settimana, a parità di salario. L’intento del governo francese fu di incentivare la creazione di nuovi posti di lavoro, da allora risultano esservi 4 milioni di occupati in più, 5 milioni di dipendenti pubblici, 2 milioni in più che in Italia.

Tra i Paesi dell’Unione Europea, l’Italia ha il monte ore annuo medio più alto, 1723 lavorate per addetto, contro le 1514 di Gran Bretagna e Francia, le 1546 del Belgio o le 1356 della Germania. A conti fatti, un italiano
lavora mediamente quasi 33 ore e mezza a settimana, un tedesco poco più di 26, un francese quasi 28 e mezza, un greco oltre 39.
Dunque, l’immagine di un sud dell’Europa sfaticato e di un nord tutto lavoro e prodittività appare stereotipata ma nel contempo emerge il dato inconfutabile per cui i paesi europei con un orario di lavoro inferiore hanno tassi di occupazione più alti.
Tenendo conto della popolazione in età lavorativa (15-64 anni), sappiamo che risulta occupato in Italia poco più del 58%, 10 punti in meno della media OCSE, contro oltre il 75% in Germania, il 66% in Francia e circa il
55% in Grecia.
Sostanzialmente, laddove si lavora meno, si osserva una maggiore partecipazione al mercato del lavoro e non vi è dubbio che in tema di produzione e stabilità economica Germania e Francia sono decisamente avanti rispetto a Italia e Grecia che adottano un orario di lavoro fissato a vecchi standard.
L’ultima riduzione dell’orario di lavoro per via legislativa in Italia è avvenuta ben 50 anni fa, è arrivata l’ora di conformarsi alla nuova realtà dell’economia partendo da un deciso rinnovamento, anche culturale, del
sistema che ha ingenerato debito e disoccupazione.
La proposta di riduzione dell’orario di lavoro, seppure testata positivamente in Francia e in alcuni settori della Germania, non può essere formulata in Italia mantenendo fermo l’attuale quadro culturale, se si resta
arroccati sulle vecchie teorie che esaltano il massimo profitto a tutti i costi e agevolano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la politica della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario resta un corpo estraneo che non riesce ad acquisire la necessaria consistenza, e rimane sul terreno delle cose belle da pensare, ma impossibili da attuare.
La nuova emergenza economica innescata dalla pandemia si aggiunge alla crisi precedente, il prossimo scenario impone che si punti alla massima occupazione possibile, per contenere l’impatto economico del
blocco delle attività produttive e sociali.
Dopo il “pit stop” dell’intera umanità produttiva, sarebbe anacronistico pensare a una ripartenza confermando e rafforzando il concetto di massimo profitto con il minimo impiego di forza lavoro, la popolazione ne uscirà stremata, la certezza del reddito è necessaria oggi più di ieri. “Nulla sarà come prima”!
Il Governo italiano ha posto in essere ogni strumento per garantire a tutti un reddito, seppure minimo,
durante l’emergenza epidemiologica, la fase critica la si sta affrontando con ragionevolezza, raschiando il fondo del barile per recuperare fino all’ultima risorsa da distribuire con equità secondo i bisogni.
Tale principio deve governare anche la ripresa delle attività, la riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, è una leva per ridistribuire ricchezza e aumentare l’occupazione, il sistema di produzione attuale è
inadeguato per uno sviluppo equilibrato, produce sfracelli, recessioni e crisi, accentua le diseguaglianze sociali al punto che esse devono essere considerate tra i fattori che impediscono la crescita.
La concentrazione di redditi in mano a pochi determina una espansione lenta dei consumi, occorrono quindi misure in grado di compensare le diseguaglianze a cominciare dalla costituzione di nuovi posti di lavoro.
Questa Organizzazione Sindacale avanza richiesta d’incontro con i vertici istituzionali in indirizzo, per valutare in un ampio dibattito le soluzioni immediate da porre in essere.

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