De Luca e la strategia della responsabilità “altrui”. Ma il bene della città richiede linearità.

Messina, 12 settembre – di Giuseppe Bevacqua

De Luca è uno stratega politico senza pari. Come lui credo che se ne sia perso lo stampo con la prima Repubblica. Quella che, scandali a parte, poteva annoverare politici e statisti di razza come Craxi e Ciriaco De Mita. De Luca spara a zero. Annuncia, pubblica sulla sua pagina Facebook, gira video con il suo telefonino, a qualsiasi ora e su qualsiasi cosa accada. De Luca usa Facebook come un portavoce. Solo che è gratis. E gli garantisce tanti followers e tanti giornalisti “copia e incolla” che fanno gioco al gioco superiore che è la strategia di De Luca. Comunicare… a qualsiasi costo. Forse anche troppo ultimamente. Perchè bisognerebbe spiegare al sindaco social che esiste anche la sovraesposizione come regola del marketing. E De Luca starebbe superando quel limite sottile tra il consenso mediatico e la sovraesposizione che diventa fastidio.

E’ operativo e pratico De Luca. Ma anche furbo e politicamente intelligente. Lui lancia la sfida. La sposa, la proclama, la avvia.. ma poi perchè la sua sfida si concretizzi serve sempre qualcosa.. quel qualcosa che devono fare gli altri. Che sia il Consiglio Comunale. Che sia il Governo con la dichiarazione dello stato d’emergenza, che sia la Regione con il trasferimento dei fondi. Perché un suo intendimento politico, strategico, fattuale, si determini manca sempre l’ultima azione, decisione di altri.

E’ un esempio di pragmatismo politico Cateno De Luca. Qualcuno da cui imparare. Soprattutto i nostri consiglieri comunale. Quelli che sono “ostaggio” in stato di agitazione delle sue minacce di dimissioni: “o si gioca come dico io o il pallone è mio e me lo porto via”. E tutto sommato, è anche giusto che si dia una sferzata alla vecchia politica, al vecchio sistema dove nessuno era responsabile. Perchè De Luca, a differenza di Accorinti, non resterà mai con il cerino in mano.

Intanto la città spera e guarda. E, a differenza di quel che si crede, non è “babba”. Almeno non fino al punto che qualcuno crede.

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